La gabbia dell’anima – Recensione de “La madre di Eva” di Silvia Ferreri

“Credevo allora che non fosse necessario tra genitori e figli esprimere sentimenti. Che il legame fosse di per sé abbastanza. Avevo una mancanza da qualche parte, un vuoto, ma solo più tardi capii cosa fosse. Quando compresi che essere amati dai propri genitori non è la stessa cosa di sentirsi amati. L’affetto che per gli adulti sembra scontato, per i bambini non lo è affatto. Essere amata e sentirselo dire fanno la differenza nella forza con cui affronti il mondo.”

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Ho 24 anni e per quanto il tempo dalla mia adolescenza sembri passato così velocemente, ricordo come se fosse ieri tutte le sfide che quell’età mi pose davanti. Le esperienze che fanno pensare di poter avere il mondo in pugno, la spensieratezza mia e dei miei coetanei, la costruzione di un’identità e la consapevolezza di una crescita fisica e sessuale. Sono una ragazza, sono nata, sono stata educata e cresciuta per sbocciare in quella che mia madre definisce “una meravigliosa donna”: con i pro e i contro dell’essere “femmina”, un amore smisurato verso i bambini mentre sogno di diventare, un giorno, mamma io stessa, con la passione per il make-up ed i decolleté ma anche per i video-games e la palestra. Se c’è una cosa di cui sono sempre stata sicura e felice, sono i miei due cromosomi X.
Ma è inutile prenderci in giro, voltare la faccia dall’altro lato o giudicare. Non tutti, al mondo, sono stati esauditi dalla natura. Non tutti, oggi, possono dire di vivere in un corpo che sentono pienamente proprio. La pubertà e l’adolescenza sono periodi difficili, ma per alcuni lo sono di più. Ed è di questo che ci racconta Silvia Ferreri, con il suo libro in finale per il Premio Strega 2018.
La psicologia clinica la chiama disforia di genere, ed affligge quelle persone che hanno una fortissima e persistente identificazione nel sesso opposto a quello biologico, un argomento molto controverso e fonte di strumentalizzazione mediatica, una condizione delicata che comporta realmente un disagio fisico ed emotivo, un terreno fertile per commenti negativi e pregiudizi. Ma, soprattutto, una gabbia per chi è costretto a viverla, perché non si tratta di voler cambiare qualche difetto che non ci piace, correggendolo: si tratta di voler cambiare qualcosa che la natura ha maledettamente imposto, non permettendo di esprimersi e di essere se stessi, nemmeno guardandosi
allo specchio.
“La madre di Eva”, questo il titolo del libro che Annamaria ( @lacontessarampante su instagram) mi ha assegnato per la recensione de #NelNomeDellaStrega2. La Ferreri ci racconta del supplizio di una ragazzina, Eva, e del dramma di un’intera famiglia, e lo fa con parole forti, commoventi, intense, dando voce a sua madre e a ciò che dal suo punto di vista gira intorno ad un fardello così grande quanto inimmaginabile. Perché diciamocelo chiaramente, chi non vive una situazione simile, difficilmente potrà mai capire, nonostante l’empatia. Io stessa, che difenderò sempre con determinazione i diritti umani e di coloro che vengono facilmente additati dalla società come diversi o anormali, non potrò mai comprendere perché il disegno di una natura che ci appare perfetta, a volte debba fallire così.
Eva, la luce e la figlia unica di due genitori adoranti e talvolta apprensivi. Eva, nata femmina ma che fin da piccola non si è mai sentita tale, così da decidere di volersi chiamare Alessandro. Eva, la prima donna nata dopo Adamo, la prima tra tutte le donne, quasi uno scherzo il suo stesso nome, come se il suo corpo non fosse già abbastanza. E dall’altro lato, sua madre.
Una madre che racchiude allo stesso tempo tutte le madri e ci trasmette ciò che comporta il complicato compito dell’essere genitore. Lei, che ci dice di non aver ancora imparato a fare la figlia, improvvisamente finita in una gravidanza che è sicura le scaverà un vuoto dentro incolmabile, ma che si dimentica della paura di sentirsi inadeguata non appena vede la sua piccola in un’ecografia. Una donna che penserà di avere e si assumerà tutte le colpe e le responsabilità della condizione di Eva, che si scontrerà con lei, si vergognerà di lei, la difenderà con le unghie e con i denti, che si annullerà per lei e per la nostalgia di una vita che poteva essere, ma che non è mai stata. Che, nonostante tutto, amerà sua figlia a dismisura, come nessuno la amerà mai. Una donna che proteggerà tutti: suo marito, i nonni, ma mai se stessa. Una donna che cederà a quello che le appare come un abominio: il desiderio di Eva di farsi smantellare in una clinica di Belgrado per essere al 100% ciò che ha sempre voluto essere, Alessandro. L’infrangersi dei ricordi di diciotto anni con la sua bambina, che bambina non sarà più, lo scomparire dei suoi capelli, del suo seno, del suo sesso, della sua voce e del suo profumo. L’avverarsi dell’”irreversibile”.
Io sono grata al caso per avermi fatto leggere questo libro, era l’ultimo rimasto nella lista di quelli da recensire, quindi non l’ho scelto, è come se avesse scelto me. Sono grata ai giudici del Premio Strega per aver dato un’opportunità ad un testo limpido, vero e commovente.
E sono grata alla scrittrice, per aver messo milioni di lettori davanti ad una triste verità: crediamo sempre che i problemi, gli ostacoli, le disgrazie, capitino agli altri. Solo che, noi, siamo gli altri di qualcun altro. E spesso lo dimentichiamo. La ringrazio per aver scritto di quanto sia difficile il rapporto genitori-figli, di come in Italia le leggi sul diritto di genere siano ancora molto precarie, per averci aperto gli occhi su come la disforia possa essere un problema a cui la società deve guardare, non ci si può sentire in imbarazzo solo perché è un qualcosa che si considera strano; la ringrazio per avermi fatto piangere copiose lacrime, per avermi fatto amare e anche un tantino odiare i personaggi, per non essersi risparmiata nemmeno una parola “scomoda”. Ed infine, la cosa più importante, la ringrazio per avermi fatto forse capire un po’ di più mia madre, e che i genitori non possiamo sceglierli, ma possiamo perdonarli.

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